sett. 41 - Dialogo nel buio

sett. 41 – Dialogo nel buio

Torno a scrivere dopo un po’ di tempo, fra cambi di lavoro, città, un po’ tutto. Riprendo da un breve articolo che avevo lasciato in sospeso, scritto a metà. Per questa volta mi concedo qualche libertà e scrivo come viene, senza seguire particolari “format”.

Dunque, parlo di una esperienza personale, di una mostra che ho visitato, che ha coinvolto tutti i sensi a suo modo. Parlando spesso di architettura e fotografia in questo blog mi sono trovato in diverse occasioni, durante la visita, a pensare allo spazio (architettura) e al ricordo (fotografia).

Una domenica (a questo punto qualche mese fa), in compagnia di una amica, ho visitato la mostra chiamata dialogo nel buio, che si trova all’interno degli spazi dell’istituto dei ciechi a Milano, zona Porta Venezia. Incuriosito dai pochi racconti delle persone che hanno vissuto questa esperienza e delle poche informazioni raccolte qua e là, abbiamo deciso di improvvisarci ed andare ad esplorare questo mondo.

La mostra, per chi non lo sapesse, è incentrata sull’esperienza quotidiana di un non vedente; lo spazio espositivo dunque è completamente al buio, durante il percorso non c’è una singola fonte luminosa. Armati solamente del bastone e delle proprie mani si è accompagnati da un cieco che ci aiuta a vedere con il bastone, come più volte ha provato a spiegarci la nostra guida.

All’interno dei corridoi e delle stanze a tema che compongono il percorso si è liberi di girare, di toccare, di ascoltare e di annusare.

La maggio parte delle persone a questo mondo è abituato a vivere muovendosi in uno spazio che vede, ma come deve essere vivere tutti i giorni in uno spazio che si percepisce? Credo che la differenza sostanziale sia questa, uno stacco tra il reale e l’immaginario. Giustamente la guida durante il percorso ti aiuta a vedere usando tutti i sensi, meno la vista naturalmente. Un’ora circa dura la visita, ma è il tempo necessario per prendere confidenza con le “basi”, per iniziare a vedere con tutti gli altri sensi.

E’ una esperienza che va un po’ contro al modo in cui oggi vengono trattate proprio architettura e fotografia (o immagine in senso più ampio). L’architettura tende a farsi viva ben prima di essere realizzata, grazie a tencologie di stampe 3d (presto i render saranno roba vecchia). Ma se la maggior parte dei miei professori aveva ragione, di loro ricordo le insistenti raccomandazioni di fare esperienza, di vivere l’architettura dal vero (e non si riferivano semplicemente al guardare, altrimenti effettivamente le riviste sarebbero bastate). E se questo è vero allora non è indispensabile guardare, ma vedere come ci si può (a questo punto deve) muovere all’interno degli spazi.

La fotografia all’interno di questa mostra non esiste, e questo è quasi commovente. Quanti di noi fanno foto per condividere (far vedere cosa si sta facendo, più precisamente) momenti? Qui non puoi, o ci sei o non ci sei, e se escludi la componente visuale questo non può che toccare direttamente il cuore.

breve storia
Il percorso a Milano

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