Sett. 43 - 80 o 90mm? Grandi navi di Gianni Berengo Gardin

Sett. 43 – 80 o 90mm? Grandi navi di Gianni Berengo Gardin

Anche i grandi sbagliano, o semplicemente non si ricordano quello che dicono. Prima è un teleobiettivo molto moderato di 80mm, poi non è un teleobiettivo di 90mm. Quindi cosa hai usato, caro Gianni Berengo Gardin? che poi è uno di quelli che lo devi chiamare con il nome per intero, altrimenti ti ritrovi a chiederti sempre ma Gianni chi?

Tutto per questo per dire che volevo parlare del lavoro “grandi navi” o “mostri a Venezia”, non ho ancora capito, di Gianni Berengo Gardin. Leggendo i due titoli molto probabilmente si capisce cosa vuole rappresentare, il nome immagino sia scelto in base alle località scelte per le mostre.

Di questa mostra e di questo progetto si parla da tempo, in parte perchè parla di un fenomeno noto a tutti e in parte perchè le fotografie non potevano essere più esplicite nei contenuti.

La storia nasce tra il 2013 e il 2014 quando un piccoletto si aggirava per Venezia in solitudine all’alba, cercando di ritrarre degli oggetti mastodontici girare per la città. Si rese conto poi che non giravano affatto per la città, era lui che nonostante si continuasse a spostare questi oggetti non li riusciva mai a raggiungere, restavano sempre ad una certa distanza, quasi immobili. Anche quando era veramente a due passi non li poteva comunque abbracciare o cercare di instaurare qualche tipo di rapporto, non ne volevano sapere. Ricorda soprattutto un momento in cui finalmente raggiunge la riva, trova un molo proteso verso l’oggetto, ma questi di tutta risposta lo respinge con un gesto irrequieto che fa oscillare pali e assi di legno tanto da farlo quasi cadere dal molo. A quel punto il piccoletto gli fa un gestaccio e lo inizia a chiamare il mostro di Venezia, quel gigante, lento e apparentemente pacifico ammasso di acciaio, non gli piace più.
Il piccoletto nei giorni seguenti continua ad osservarlo, solo da punti più nascosti, dove è più facile che non si noti la sua presenza, prima che gli faccia un ulteriore brutto scherzo.
Il piccoletto gira solitario la mattina, ma un giorno esce e c’è un sole accecante, decide di andare a farsi un giro nella Piazza, quella grande, rettangolare, con tante colonne una in fila all’altra che sembrano infinite, con la torre, con una passerella che nei giorni di sole si dimentica il perchè sia lì. La percorre tutta verso l’apertura, quella sulla destra proprio sotto la torre; un’altra piazza. E’ accecato, un riflesso inaspettato lo coglie, un bianco intenso, allora decide di guardare verso l’alto, verso il blu del cielo, e trova persone, chiedendosi perchè siano così in alto, non si ricorda palazzi dietro qull’angolo a destra. Ancora stordito abbassa lo sguardo e vede tante persone che osservano e sbracciano in direzione del cielo blu, dove ha trovato quelle persone in cielo. Capisce che si stanno salutando, forse si conoscono o forse lo fanno senza motivo. A quel punto guarda cosa c’è tra le persone davanti a lui e le persone in cielo e capisce che il riflesso era del mostro, un altro scherzo.
Decide di tornare sui suoi passi, in quella piazza rettangolare, si infila tra due delle infinite colonne e decide di aprirsi al mondo e parlare proprio del Mostro di Venezia.

A parte la fantasia della serie varie ed eventuali, la vedo un po’ così, ovvero un solitario che fa un progetto, lo difende senza mai allontanarsi da quella che è la sua idea iniziale e si chiude in sé stesso.

La storia reale è naturalmente un po’ più complessa come è facile immaginare, ma non voglio dilungarmi inutilmente su date che non ritengo siano utili in questo contesto.

Il lavoro di Gianni Berengo Gardin ha creato qualche dissenso soprattutto nel momento in cui la mostra doveva essere portata nella “sua città natale”, già prima c’è stata una esibizione a Milano. Il motivo è ovviamente l’impatto emotivo (negativo) che queste fotografie potrebbero suscitare nelle persone, nei cittadini e anche non cittadini di Venezia. Ha un significato per molti aspetti anche politico, si sa che sulla laguna sono in corso lavori importanti, dove girano parecchi milioni di euro. Il passaggio delle grandi navi a Venezia si inserisce anch’esso in questo contesto che coinvolge aspetti ambientali, energitici, di salvaguardia del patrimonio, politici, economici, del turismo e altro ancora. E’ un tema molto complesso insomma, e le fotografie di GBG (a mo’ di HCB) dicono la propria sul tema, schierandosi naturalmente contro.

Ma, a parte la favola del piccoletto e altre premesse personalmente trovo affascinante questo lavoro, quel tipo di fascino che può suggerire un fatto del genere. Non ho ancora letto recensioni che parlassero esclusivamente della qualità fotografica del lavoro. Non sono un critico e neanche un espesrto di fotografia, ma spesso mi capita di leggere recensioni di lavori in cui si parla esclusivamente della qualità fotografica dei progetti, della luce, c’è sempre un filosofeggiamento collettivo che io non vedo mai nei lavori. Questa volta è un po’ il contrario, tutti parlano della “questione grandi navi” e nessuno parla delle fotografie in sé.

Tutto ciò per dire che (e ribadisco, astraendo da tutto quello che si muove dietro il passaggio delle navi) sono fotografie, visioni, che paiono fatte per essere riprese esattamente in quella posizione, in quella composizione.

Le fotografie io le trovo molto belle insomma (lo so, la parola bello quando si parla di arte restituisce sempre un po’ l’idea del profano, ma così è).

La critica che potrei muovere è che il design moderno delle grandi navi è ancora fermo ai palazzi anni ’30, nonostante le piscine, le saune, le discoteche, gli scivoli.

p.s.: Ah, per quanto riguarda il titolo, leggete i primi due link: il primo è una intervista, il secondo è una lettera che ha scritto GBG al sindaco di Venezia.

p.p.s.: Il piccoletto nella storia si “infila nelle colonne” perchè la mostra è ora aperta all’interno dell’ex-negozio Olivetti di Carlo Scarpa.

La repubblica, intervista di Michele Smargiassi
Lettera al sindaco di Venezia
La mostra a Venezia
Galleria di immagini

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