Surrealismi

Surrealismi


«Automatismo psichico puro con il quale ci si propone di esprimere, sia verbalmente che in ogni altro modo, il funzionamento reale del pensiero, in assenza di qualsiasi controllo esercitato dalla ragione, al di fuori di ogni preoccupazione estetica o morale»

In apertura riporto semplicemente la citazione del Manifesto del Surrealismo. Mi è venuto in mente perchè a volte si sa, si usano termini che garantiscono una comprensione immediata, nonostante il senso storico del termine non sia tra i più appropriati.

Ho detto “che roba surrealista” in due occasioni ultimamente, guardando due progetti fotografici che mi hanno colpito entrambi inizialmente; poi per una serie di riflessioni sono arrivato a considerarne uno giusto e uno sbagliato. Giusto e sbagliato per me, chiaramente.

Giusto e sbagliato, premetto, li uso tenendo in considerazione la tecnologia contemporanea e l’utilizzo che di questa se ne fa, compreso il punto di partenza all’origine dei due progetti che mi hanno suscitato questi pensieri ed il risultato finale. Il risultato finale è il pensiero, l’emozione o il sentimento che questi progetti ci possono lasciare. Se qualcosa viene trasmesso da un’opera (forse sopravvalutato questo termine) allora è verosimile pensare che anche l’autore abbia avuto una intuizione (emozione) cui ha dato seguito realizzando qualcosa per trasmetterla. In linea teorica l’arte dovrebbe funzionare così: partire da emozioni di qualcuno (autore) e depositarle in qualcun altro (osservatore).

I due progetti in questione (poi continuo col flusso di pensiero) sono di Victor Enrich e di aydin buyuktas, di cui propongo 3 e 2 immagini: tre per il primo perchè una è solo usata come partenza, le altre due sono parte di una lunga serie di elaborazioni che hanno origine dalla prima appunto; due per il secondo perchè bastano per far comprendere il progetto.


Aydın Büyüktaş

Aydin Buyuktas aydın buyuktaş


Victor Enrich

Victor Enrich Victor Enrich Victor Enrich


Facciamo un po’ di considerazioni a ruota libera…
Entrambi i progetto hanno una origine fotografica e reale, ovvero si avvalgono dello strumento fotografico che riprende qualcosa di reale. Alla stessa maniera entrambe fanno uso di software grafici per l’elaborazione dei prodotti fotografici digitali. Iniziano ad esserci le prime prese di posizione divergenti. Mentre uno fa uso di un software terzo, per così dire, al fine di raggiungere l’obiettivo del progetto, l’altro utilizza semplicemente un software per “incollare” più immagini. Il primo restituisce più visioni sempre diverse di uno stesso soggetto mentre il secondo usa lo stesso modo di guardare cose sempre diverse. Il primo rimane dunque soggettivo, il secondo è oggettivo. Nel primo caso quello che si vede non è reale, nel secondo quello che si vede è reale (inteso il risultato finale). Su questa ultima mi soffermo un secondo in più semplicemente per dire che nella realtà non potremo mai vedere le diverse soluzioni che il fotografo ci propone mentre nel secondo progetto, seppure parzialmente, tutto è verificabile nella realtà.

Quello che a mio modo di vedere differenzia i due progetti in maniera sostanziale è chiaramente il senso, oltre ad alcune delle differenze in contrapposizione sopra proposte, che determina i due progetti. Uno rigido e uno dinamico: il primo termine in questo caso lo riferisco al secondo progetto, mentre il secondo al primo.

Sebbene ad una prima osservazione potrebbe sembrare il contrario (come ho detto all’inizio, recependo il significato dei termini in maniera diretta ed intuitiva), l’immagine fissa del primo progetto si rivela dinamica contestualizzata all’interno del progetto e l’immagine “tonda” del secondo si rivela assolutamente statica, altrimenti non potrebbe essere realizzata.

Questo ci potrebbe fornire diversi spunti pratici ed emotivi. Parto da quello emotivo, che scarto subito essendo soggettivo. Il progetto di Aydin mi ha dato uno spunto per scrivere questo articolo, nulla di più, a parte un “che figata” di petto. Il progetto di Victor Enrich l’ho trovato molto affascinante e che lascia diversi spunti a seconda dell’osservatore. Un architetto lo può trovare un utile esercizio di composizione architettonica; un urbanista può cogliere nelle diverse composizioni architettoniche (spaziali) un intento programmatico dell’utilizzo che se ne può fare a seconda delle variazioni; un ingegnere mille e più sfide (alcune impossibili). Ho scelto i più facili, ma quello che mi affascina veramente sono le soluzioni altre che non esistono. La serie è composta di 88 immagini, tante abbastanza per credere che siano tante ma non tutte: e qui si entra nella sfera delle emozioni, del non detto, di quello che potrebbe essere. L’autore ci da uno spunto per immergerci in mondi immaginari dove possiamo plasmare le cose a seconda della nostra sensibilità personale e dello stato emotivo. E’ un progetto che ha come base una immagine assolutamnte immutabile nella realtà; è nei mondi possibili che ci lascia intravedere che si entra in una sorta di catarsi tale per cui non si riesce più ad uscirne.

Il punto di vista pratico che ho colto è invece la progettazione delle due serie proposte, che hanno diverse esigenze quantitative in termini di immagini per avere un senso univoco. Se prendiamo una immagine per progetto (qualsiasi), capiremo subito qual è quello che ha la necessità di essere affiancato da almeno un’altra immagine. E se una immagine è sufficiente per spiegare il progetto di Aydin allora è probabile che si tratti di un lavoro fine a sé stesso.

Non si parla qui di reportage e di momenti decisivi ma di progettualità e costruzione di senso scaturiti da sensazioni ed emozioni proprie dell’autore.

Aydin Buyuktas
Victor Enrich

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